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UNA DEDICA SPECIALE

Il cordone ombelicale salva il fratellino malato

Eppure la gravidanza di Filippo era andata benissimo. Maria e Luca - i genitori di Filippo - non riuscivano ad accettare la diagnosi che sembrava aver segnato il destino del loro primo bambino. Un parto regolare, bene le prime settimane, ma poi i primi
segni di una inspiegabile anemia avevano cominciato ad allarmare i giovani genitori. Anche il pediatra, dopo una prima visita di controllo che era sembrata rassicurante, aveva dovuto ricredersi e programmare alcuni esami del sangue. Il responso del laboratorio
fu inequivocabile e drammatico: Talassemia maior. ‘Che cos’è?’ - chiesero allarmati i genitori convocati dal medico. “È una malattia genetica - rispose il medico - che compare quando un bambino ha la sfortuna di ereditare da entrambi i genitori un gene alterato implicato nella produzione dell’emoglobina, il pigmento rosso che trasporta l’ossigeno nei globuli rossi. Questi geni sono presenti in coppia: se ce n’è uno solo alterato, come nel caso di voi genitori, non succede pressochè nulla, semplicemente i globuli rossi sono un po’ più piccoli del normale. Se però entrambi sono alterati, ne consegue una grave anemia che richiede periodiche trasfusioni di sangue per tutta la vita”. Maria e Luca incrociarono lo sguardo cercando un reciproco sostegno di fronte a questa brutta
notizia. Una serie di domande chiedeva immediata risposta: Ma… Filippo potrà vivere, correre, giocare, studiare come tutti gli altri bambini? Ogni quanto tempo dovremo portarlo in ospedale? Potrà in futuro farsi una famiglia ed avere dei figli? Perché questa ingiustizia? E poi: le trasfusioni saranno sicure? Un rapido sguardo a Filippo, che dormiva tranquillo. Nonostante la sofferenza, con un grande sforzo cercarono di ricacciare indietro ogni pensiero negativo e di recuperare un po’ di ottimismo da cui
ripartire. “La trasfusione… certo, una tera- pia impegnativa, ma che tutto sommato potrebbe essere accettabile. E poi, la talassemia non è certo un tumore” - fu il primo commento di Maria. “In effetti - continuò il medico - la trasfusione periodica di globuli
rossi è il cardine della terapia della talassemia. Il suo uso, oggi consolidato in protocolli assai efficaci, consente uno sviluppo pressochè normale del bambino, anche se richiede una terapia associata un po’ fastidiosa da fare tutti i giorni per rimuovere il
ferro contenuto nei globuli rossi trasfusi, che altrimenti si accumula nell’organismo e, nel corso degli anni, può danneggiare organi importanti come il cuore, il fegato, il pancreas”. “Ma… - riprese Maria - durante la gravidanza ho letto parecchie
notizie sulle cellule staminali e sulle loro straordinarie proprietà nella cura di gravi malattie. Possono essere usate anche per la talassemia?” “Questa è una strada percorribile, ma bisogna valutare bene i rischi e i benefici. - precisò il medico - Il
trapianto di cellule staminali è un’opzione terapeutica reale anche nella talassemia, ma è assai importante disporre di un donatore sano compatibile, altrimenti il trapianto può trasformarsi in un vero e proprio disastro”.

‘Io potrei donare le cellule’ - disse Luca con entusiasmo. “Attenzione - precisò il medico - la compatibilità deve essere totale, mentre fra genitori e figli si limita al 50%, in quanto i figli ereditano metà patrimonio genetico da ognuno dei genitori. Il
donatore ideale in questi casi è un fratello o una sorella che abbiano gli stessi caratteri per un complesso di geni che governa la compatibilità dei trapianti, denominato HLA. La probabilità che due fratelli siano HLA identici è del 25%”.
‘Ma noi non abbiamo altri figli’ - commentò scoraggiata Maria. “Beh - concluse il medico - non è certo una decisione che possa o debba essere presa ora. La terapia trasfusionale funziona molto bene per molti anni e il sangue
che si trasfonde oggi è estremamente sicuro. Inoltre, siete giovani, potreste avere altri bambini, vedremo…” Luca e Maria hanno avuto altri due figli, Marta e Federico. Dopo aver discusso con il medico l’andamento della terapia praticata a

Filippo hanno concordato con il medico di orientarsi verso il trapianto. Alla nascita di Marta e di Federico hanno chiesto di conservare il sangue del cordone ombelicale nella speranza che entrambi non fossero affetti dalla talassemia e che almeno uno di loro fosse HLA identico con Filippo. Sia Marta che Federico sono risultati portatori sani del gene talassemico, ma non affetti dalla talassemia maior e Marta è risultata HLA identica. Filippo ha ricevuto tre anni fa il trapianto di cellule staminali del
sangue del cordone ombelicale donato dalla sorellina ed è oggi guarito dalla talassemia. I nomi della nostra storia sono inventati ma il caso, analogo a molti altri, è reale. Sono infatti 373 le famiglie che finora in Lombardia hanno avuto un simile
colloquio con il medico e hanno chiesto alla Milano Cord Blood Bank di poter conservare le cel-lule staminali del sangue del cordone ombelicale del figlio di cui erano in attesa per una donazione ‘dedicata’ ad un figlio malato (vedi box). Nella gran parte deicasi i bambini erano affetti da talassemia o leucemia. Queste 373 preziose donazioni ‘dedicate ’, 17 delle quali sono state già trapiantate, si affiancano all’inventario ‘solidaristico ’ della nostra banca, costituito da 7.500 donazioni effettuate da altrettante famiglie allietate dalla nascita di un bambino sano e non colpite dalla sfortuna che ha toccato la famiglia di Maria e di Luca. Le donazioni ‘solidaristiche’ della nostra banca - 400 delle quali sono già state utilizzate in tutto il mondo per trapianto fra il 1995 e il 2009 - sono offerte per le necessità terapeutiche di qualsiasi paziente affetto da una patologia trattabile con il trapianto di sangue del cordone ombelicale e fanno parte di una rete informativa mondiale che collega circa 200 centri trapianto, 100 banche del sangue del cordone ombelicale e 50 registri di donatori di midollo osseo.

 

L'ORIGINE DELLE DONAZIONI DEDICATE

Ma torniamo indietro di qualche anno per capire l’origine delle donazioni ‘dedicate’. L’ha raccontata nell’ottobre scorso Arleen Auerbach, direttore del Laboratorio di Genetica Umana ed Ematologia della Rockefeller University di New York, in occasione
del 20° anniversario del primo trapianto di sangue placentare, celebrato con un convegno scientifico a Mandelieu (Francia) in ottobre 2008. Negli anni ‘70 Arleen Auerbach studiava una grave malattia del sangue, dal nome apparentemente
‘benigno’ di anemia di Fanconi, che però, oltre a causare una grave anemia predispone l’organismo allo sviluppo della leucemia. Negli stessi anni Hal Broxmeyer, studiando le cellule staminali del sangue, scoprì che il sangue del cordone ombelicale è
ricco di tali cellule ed avanzò l’ipotesi che il sangue del cordone ombelicale potesse essere utilizzato per il trapianto. In quegli anni, caratterizzati dalla ‘Guerra Fredda’ fra Stati Uniti e Unione Sovietica, era viva fra i cittadini americani la preoccupazione
di essere colpiti da un attacco nucleare. Come la devastante esperienza di Hiroshima e Nagasaki ha drammaticamente insegnato, l’irraggiamento di una esplosione atomica, oltre a causare la morte immediata di gran parte delle persone colpite, produce
spesso nei sopravvissuti danni devastanti al midollo osseo, cioè alla ‘fabbrica’ delle cellule del sangue. Ne derivò un’ipotesi di dotare tutti i cittadini di una ‘scorta’ di cellule staminali del sangue raccolte alla nascita dal cordone ombelicale. Tuttavia, prima di
sviluppare un programma così complesso e costoso, era necessario provare il successo di questo tipo di trapianto. L’opportunità di ottenere questa prova derivò dall’incrocio delle ricerche di Auerbach e Broxmeyer,
in particolare dalla messa a punto da parte di Auerbach di un test di laboratorio per eseguire la diagnosi prenatale dell’anemia di Fanconi. Intorno L’origine delle donazioni ‘dedicate’ al laboratorio diretto da Auerbach si era formata in
quegli anni una associazione di genitori dei bambini affetti da anemia di Fanconi, che contribuiva a sostenere e promuovere le ricerche volte a identificare nuove terapie per i propri figli malati. Ne nacque un’idea assai controversa: il concepimento
deliberato di un figlio sano donatore di cellule staminali per il figlio malato. Fra il 1985 e il 2002 si realizzarono 81 gravidanze, con 15 embrioni affetti e 66 normali, fra i quali 13 HLA identici al fratellino malato. Il primo trapianto, coronato da successo,
venne eseguito a Parigi da Eliane Gluckman nel 1988. Nei 20 anni successivi oltre 10.000 trapianti da donatore familiare e non familiare sono stati eseguiti in tutto il mondo, contribuendo in tal modo
ad aumentare la probabilità di poter effettuare oggi un trapianto anche per i pazienti che non trovano un donatore compatibile nei registri dei donatori di midollo osseo.
Certo, le problematiche etiche sono ancora aperte: è giusto ‘programmare’ una gravidanza ‘solo’ per curare un figlio? Arleen Auerbach, nella sua presentazione di Mandelieu ha ricordato tre punti: 1. il fattore chiave per determinare l’eticità di programmare
il concepimento è rappresentato dalla volontà dei genitori di accogliere, accudire ed amare il secondo figlio; 2. nel 2000 la sopravvivenza di un malato di anemia di Fanconi trapiantato con un donatore familare o non familiare era rispettivamente del 90% e del
28%; 3. Lea Ann Curry, che programmando tre gravidanze è riuscita a realizzare per la figlia Natalie l’opportunità del trapianto, così rispondeva - mostrando la foto di Natalie e delle sue due sorelline sane - a chi affermava che fosse sbagliato produrre una
vita per salvarne un’altra: ‘Che autorità avete per giudicare?’ Il dibattito è ancora aperto.

                       

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